Il treno del sole – Settima puntata

Settima puntata

Fu l’inizio di una nuova vita, anche se faticavo non poco, o diciamo che piuttosto ero ancora lontana anni luce dal capire cosa voleva dire un padre, dei fratelli, una famiglia.

Venni via dalla Calabria con la promessa che sarei andata a conoscere i nonni, ossia il nonno, perché la moglie se n’era andata anni prima, la zia, sorella di mio padre, suo marito e la loro bellissima figlia. Erano famiglie di umile estrazione, mentre dalla parte di là ero l’unica misera in mezzo a milionari, che allora era il massimo; ricchissimi e tirchi, parecchio.

Il nonno mi aspettava alla finestra da ore, e avvisò la famiglia appena mi vide da lontano. Sapevano tanto di me… la zia mi raccontava che una volta nel viale della Piaggio aveva visto questa bimbetta con i pattini a tracolla andare verso la pista che era in fondo alla strada, e aveva sentito un tuffo al cuore: “Quella è Daniela” aveva sussurrato con le lacrime agli occhi. Ed io ero timida, scontrosa, e sola, tanto sola.

I pattini me li avevano regalati a Natale: allora c’era un regalo per volta, e ti potevi considerare fortunata se uno c’era. L’unico posto per esercitarsi un po’ era una pista quadrata che se la vedessi ora mi sembrerebbe un fazzoletto, con alcune piastrelle sconnesse, bastava impararle a mente così le evitavi, e piena di foglie. Il più delle volte ero l’unico essere vivente lì dentro. A Pasqua invece mi rimaneva la “zia” Ditta, anche lei sorella della nonna, anche lei di condizioni più che agiate, che aveva l’abitudine di regalarmi un ovino di cioccolata piccino come quello delle galline, ma che io esibivo con orgoglio camminando dal suo negozio a casa mia con il braccio diritto come ingessato davanti a me, della serie “avete visto che l’uovo di Pasqua ce l’ho anch’io?” Poi la domenica quando si facevano benedire in chiesa, il mio spariva rispetto agli altri… per quello mi è sempre rimasto il desiderio, di andare in giro a Pasqua con un uovo più grande di me; ma oggi non avrebbe il “sapore” di allora…

La zia “vera”, la sorella di babbo, abitava con il marito in una casina popolare, piccola ma carina: la figlia faceva girare la gente per strada, un metro e ottantacinque di bionda con gli occhi azzurri perfetta in tutto: lo zio raccontava sempre di quando alla stazione di Firenze i ragazzi si sporgevano dal finestrino, si buttavano letteralmente giù dal treno con fischi, apprezzamenti e complimenti, e il capostazione per far partire il treno fu costretto a pregare mia cugina, con molto tatto, di allontanarsi dal binario! Quando la conobbi io aveva appena conquistato un futuro avvocato ligure con cui ancora oggi è felicemente sposata. Ormai la mia famiglia è lei, suo marito, sua figlia e il nipotino: quando vado da loro non “mi sento”, ma “sono” a casa mia; da loro ho trovato quello che non ho avuto prima, con loro ho condiviso tutto. Anche la dipartita dello zio, una calda estate di tanti anni fa. Di lui un ricordo dolcissimo, negli ultimi suoi giorni in ospedale, quando davo il cambio alla figlia e mi bevevo i suoi racconti anche se li sentivo per la centesima volta, adattandomi ai servizi più umili come se fossero un dono del cielo (e forse lo erano)… di lui una frase non dimenticherò mai, quando mi ricordava i tempi in cui non ci conoscevamo se non di nome: “Da noi avresti trovato solo un piatto di minestra. Solo un piatto di minestra, ma tanto, tanto amore.”

Tornando a mio padre, quando entrai nel complesso potei andare a trovarlo di nuovo in occasione delle nostre tournée calabresi, ma di questi fugaci incontri ricordo ben poco; anche le lettere di mio padre non furono della quantità promessa, pressappoco come i vaglia…

Ed io avevo ancora tanto cammino da fare, per superare le crisi da abbandono, per capire che in fondo la mancanza di un padre era l’ultimo dei miei problemi, per costruire una personalità partendo da zero. Quindi ero alla disperata ricerca di un surrogato della figura paterna: il migliore fu il padre della mia amica più cara, un poeta.

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