Il treno del sole – Quinta puntata

Quinta puntata

La tensione, l’angoscia, la paura, tutto un vortice di sentimenti di vario tipo non mi avevano proprio fatto sentire la fame, ma lì da Don N. me ne ricordai bene, ci mancava che mangiassi il piatto mentre la Perpetua mi guardava fra l’incuriosito e l’estasiato.

“Suo… padre… l’aspetta di sotto, nello studio” mi annunciò il parroco appena rientrato: era arrivato il momento che aspettavo da una vita.

Ricordo poco di tutta la faccenda, ma quelle scale ce le ho sempre davanti: lunghe, lunghe… che mi sembrava di scendere dall’Himalaia… Era la porta in fondo, a sinistra. Non avevo proprio il coraggio di guardare, e … arrivò prima il naso (mi diceva poi mio padre), e sì che ce l’avevo e ce l’ho piccino; poi il resto del corpo, un pezzo alla volta. L’effetto fu sconvolgente: un omone di un metro e novanta e di più di un quintale che era il mio ritratto, magari parecchio allargato.

Mi invitò a sedermi, e ci misi un po’ a capire che quel ta-ta-ta-ta-ta che sentivo in sottofondo ero io che spostavo la sedia, tremando come una foglia, o per meglio dire come un mitra. Chi se lo ricorda cosa ci dicemmo…. Comunque restammo d’accordo che sarei stata la zia, per i quattro suoi figli che avrei conosciuto di lì a poco: una parente che abitava lontano e che ancora non conoscevano. Una mia sorella già grandicella (la seconda in ordine d’arrivo) mi ha poi detto che non la bevve nemmeno per un attimo. Anche perché il giorno dopo dovette chiamarmi “zia” un migliaio di volte prima che io mi dessi una patta sulla testa esclamando “Aaah, zia, è vero…..! dimmi!”

Ormai era notte fonda, e ci dirigemmo verso casa quatti quatti: avremmo avuto tempo il giorno dopo, per conoscerci. Meglio. Finalmente.

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