Il treno del sole – Quarta puntata

Quarta puntata

Il ponte lo attraversammo a passo d’uomo. Fu la mia prima volta in televisione: mi vidi il giorno dopo affacciata al finestrino, nel servizio del Tg1.

Per tagliare la Calabria e passare sullo Ionio dovetti aspettare un tempo interminabile, con la mente vuota di progetti prossimi futuri. Sul treno per Taranto ci salii che faceva buio, ma a questo punto ero vicina: bastava scendere a Strongoli scalo.

Mi lasciai prendere dalla conversazione con un ragazzo seduto di fronte a me, cercando comunque di svicolare ogni sua domanda; finché pensai “tanto questo va a Taranto!” e glielo dissi, che andavo a trovare mio padre. E questo: “Ecco a chi somigliava così tanto! Lei è la figlia dell’ingegner S.!!!”

Mi sentii gelare. Se una cosa non volevo fare, era propagandare il fatto. Lo pregai in tutti i modi di non dire niente a nessuno, ma ancora oggi non so come sia andata a finire…

Per quanto mi riguarda, scesi alla stazione, un posto sperso nel buio più pesto. Perché quando dicevano “scalo”, almeno allora, volevano dire “in mezzo al deserto”. Erano quasi le dieci di sera, la vita notturna di là da venire. Nella mia testa un solo pensiero: “E ora cosa faccio?”

Chiesi – ottimista – se c’era una corriera per il paese; mi squadrarono come una marziana ma fortunatamente mi indicarono una macchina con autista.

Alla classica domanda “dove deve andare?” non potevo fare altro che rispondere “dal parroco!”: immaginavo con terrore il mio arrivo in una casa sconosciuta, a quell’ora…

L’avevo capito che ero il ritratto di mio padre, ma non potendo scavarmi una fossa e sotterrar mici, e del burka non sapendo neppure l’esistenza, dovevo far finta di nulla, cercando di mimetizzarmi sui sedili, dove sprofondavo sempre più.

Il parroco mi accolse calorosamente, ascoltò la mia storia, mi chiese se avevo mangiato dopo il mio “no” e un suo cenno la perpetua arrivò con un piatto pieno di cibo, che divorai in un baleno. Nel frattempo lui corse a casa di mio padre. Poi me l’hanno raccontato: si stava facendo la barba, e il parroco trafelato gli riferì che c’era questa ragazza che diceva di essere sua figlia e che – perdinci – gli somigliava davvero parecchio!” “Daniela!” esclamò lui, lasciando il pover’uomo ancora più interdetto, e con la barba a metà corse verso la chiesa, seguito dal don che si teneva su la gonna: “Ingegnere mi aspetti, ingegnere…”

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