Il treno del sole – Ottava puntata

Ottava puntata

È arrivato il momento, quello di ricordare.

Gli inviai il mio primo libro di poesie, meditando per ore sul miliardo di cose che gli volevo dire… e finalmente riuscii a partorire un “le invio il mio libro, faccia un po’ come crede.”

E lui capì tutto e subito. Aspettavo con ansia le sue lettere, e nelle mie mi aprivo come non avevo mai fatto: eravamo della stessa pasta, bastava un accenno e partiva un fiume in piena.

Allora si scriveva sulla Lettera 22, carta carbone e velina, e si tenevano le copie nelle cartelle, una per la posta inviata e una per quella ricevuta. Non dovevi accendere nulla, e per rinominare le cartelle dovevi prendere lapis e gomma… Alla figlia aveva detto un giorno “guarda un po’ se in vecchiaia mi dovevo ritrovare un’altra figlia, me l’avessero detto…!”. Ed io cominciavo a stare meglio, a sentire un pochino ma proprio un pochino di quel calore a cui non ero né preparata né abituata.

Un giorno gli spedii una lettera dove mi aprivo più del solito, finalmente, e aspettavo con ansia la risposta. Non volevo forzare la mano, anche se ero interdetta per il ritardo inconsueto; ma dovevo chiamare un amico comune per notizie su un concorso di poesia a cui – bontà mia – allora partecipavo prima di capirne il vero meccanismo. Dall’altra parte del filo una voce incerta, quasi intimorita: “Chi ha avuto il coraggio di dirtelo?”

Non ci volle molto a capire, anche perché si dava per scontato che sapessi, e le mie grida si sentirono da fuori: se n’era andato in un soffio il Capodanno del 1984, dopo aver sorpreso tutti partecipando al veglione per la prima volta in vita sua.

Mi venne spontaneo un pezzo che buttai giù e spedii alla figlia, non essendo in grado di dire altro. Poi mi rifiutai di scrivere per molto, molto tempo.

IL MONDO DELLE LACRIME

L’improvviso dolore al petto sembrò una pugnalata. Un secondo prima – quant’era, un secondo? – la Diva m’era passata accanto: vado su, Angiolino, torno subito, e m’ero tirato su gli occhiali leggendo il giornale e provai a chiamare ma non sapevo in quanto tempo passava un secondo o un minuto o cinque minuti e rividi la sera prima che poi era l’ultima dell’anno e la Diva m’aveva detto: Angiolino, te a un veglione… o che stai per morire? E quel dolore mi sembrava che continuasse troppo e pareva che il tempo si fosse fermato come quand’ero partigiano e vicino mi fischiavano le pallottole sui monti, e li sentii i cori alpini come in camera mia la domenica mattina mi arrampicavo e sentivo queste voci come canne d’organo che mi riportavano al passato a quella foto con due compagne in cima al monte vidi anche mia figlia quando piangeva che si dovette finire il cane malato sull’argine perché soffriva ma per lei doveva vivere e basta, e la Diva quando la vidi la prima volta in chiesa io con la divisa l’aviazione e lei col velo in capo, quegli occhi neri e brillanti il sorriso buono ma mica scema buona sì ma solida compagna di vita per uno come me, ma sono più poeta o più operaio? Se ci penso a quel pezzetto di cielo sopra la Piaggio che mi bastava guardarlo per respirare lo stesso cielo delle Alpi e mi sentivo sparire d’infinito prima molecola poi atomo poi mi sforzavo d’immaginarmi nulla ma non ce la facevo, anche ora ci provavo e i miei cari tutti lì d’intorno a ricordarmi di loro come un corteo, e le parole dolci del mio nipotino che mi carezzavano, e le donne della mia vita tutte intorno alla Diva che sembrava la Madonna, chissà cosa c’è dopo, dove mi troverò quando morirò, cosa si prova quando si spegna l’ultima fiamma, forse ci si divide in tante scintille invisibili che vagano per l’universo alla velocità del pensiero, eppure si muore ma pare sempre che tocchi agli altri, e l’unico ricordo di mio padre che avevo quattro anni sono due mani che mi carezzano il viso, babbo mai chiamato babbo, mamma che sei andata via anche tu da poco ma forse è meglio ché soffrivi troppo, non ti potevo più vedere in quello stato, e io che potrei dire non bevo più un goccio non fumo, quasi quasi mi viene da piangere, siamo tutti gente che soffre nel mondo, e questa tenerezza dolorosa e infinita, in ogni mia lacrima una storia un volto un cielo un canto una stella, non ci avevo mai fatto caso al mondo delle lacrime, ci farò una poesia e sarà la più bella, c’è babbo, c’è mamma con la pelle di rosa, tutti giovani e belli, c’è la Rita, un batuffolo appena nato con i folletti dei sogni che le danzano intorno, e la Diva che col suo sorriso illumina la lacrima intera, e questa è tutta rossa del sangue dei compagni o di un campo di papaveri, e mia figlia all’altare che emozione quel giorno non capivo più nulla, e il mio nipotino con gli occhi sbarrati, ecco l’aquilone della poesia, quando morirò voglio legarti al polso un aquilone è azzurro come il cielo e nel cielo sparisce, presto vieni Diva, dammi la mano, il filo è leggero….

Mi guardai. Non capii subito.

La mano sugli occhiali, per tirarli su.

La testa appoggiata sul tavolo.

Le lacrime, negli occhi sbarrati, non si vedevano più.

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