Le Nuove Muse

Centro Artistico Culturale

 
 
    
    
    
    
    
      
    
 
 
 
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Mi fa piacere se leggete la prefazione, ma se volete andare direttamente alle poesie sono egualmente contenta (il libro è esaurito)

 

 

TRASPARENZE 

Per conoscere meglio questo libro di poesie, lascio la parola alla prefazione:

Prefazione

Una miriade di sensazioni scaturite da un'assoluta sincerità: - questa è la prima raccolta di liriche di Daniela Santerini, giovane poetessa che ha preziose esperienze di vita, per aver girato il mondo quale componente di un complesso musicale formato da sole donne; tali esperienze hanno certamente contribuito ad affinare la sua naturale inclinazione verso la poesia, costruita però su canoni non propriamente tradizionali, ma lasciando libero sfogo al primitivo istinto di "narrare" determinate situazioni. Ne consegue che la lettura di queste liriche avviene senza soluzione di continuità, e pur essendo fini a se stesse, risultano saldamente legate a formare la storia di una parte importante della vita dell'autrice.
Una sorta di confessione, dunque, pudica e impudica, dove sentimenti d'amore, di rimpianto, di speranza si possono individuare e farli propri, tanto essi sono trasparenti in una limpidezza fin dal primo momento sconcertante.
Ciò che distingue il far poesia di Daniela Santerini da quello di numerosi altri poeti, è l'istintiva prova cui si sottopone senza veli, senza prefissarsi un modello intorno al quale tessere rime che qualche volta possono risultare banali, contate: - al contrario, i pensieri di Daniela restano tali, sospesi e fluttuanti nell'aria, e leggendoli, si ha la sensazione che non siano scritti sulla carta, ma che sia la sua voce a leggerli, con delicati accenti di palese commozione.
Un' "opera prima", questa di Daniela, che nasce già grande, matura, forse completa: - come messaggio, come tempo vissuto in una dimensione soprattutto reale, sofferta. In definitiva, uno specchio magico, sul quale riflettere la propria immagine, sapendo che dalla parte opposta c'è qualcuno pronto a captarla, a spogliarla, ad analizzarla... e ad amarla!

 

A.C

  • Il libro è a tiratura limitata, e mi sono rimaste poche copie. Fino ad esaurimento delle scorte, chi lo volesse può ordinarlo al mio indirizzo mail. Dopo, rimane solo da leggerlo online.

 

 

IL LINGUAGGIO MUSICALE
(educazione musicale)

  Edizioni del Sole - Alghero

Pubblicato nel 1998 - Pagine 108.
Prezzo € 15 comprese le spese postali - Spedizione in contrassegno. Tiratura limitata. Potete ordinarlo scrivendo al mio indirizzo mail.

Agli Insegnanti di Musica

Un giorno mi trovai - più per necessità che per vocazione - a dare lezioni private di pianoforte. Il motivo principale, infatti, che mi faceva quasi detestare questo lavoro era la mancanza totale di nuove metodologie, se per nuovo ovviamente non si intendono tutte le pubblicazioni (non me ne vogliano gli Autori) che scambiano per "novità" il dire le stesse cose con parole più facili.
Dico così perché - visto che c’ero - mi ritenni in dovere di cercare, in Italia e all’estero, qualsiasi titolo comprendesse la dicitura "nuovo metodo".
Ora, chi insegna musica sa bene che alle Elementari, ormai tanto tempo fa, ci fu davvero una ventata di "nuovo" con l’avvento del metodo cosiddetto "globale", e che la stessa folata non ha modificato di una virgola la didattica musicale.
La mia ricerca rimase infruttuosa, non nel materiale ma nella sostanza. Non vorrei sembrare o essere "cattiva", ma penso che per risolverli - i problemi - si debba guardarli direttamente in faccia. E devo aggiungere che, comunque, questa ricerca e ciò che ne ho tratto mi ha indubbiamente arricchito.
Principalmente perché mi ha spronato alla sperimentazione, e dopo undici anni dall’inizio di questo cammino faticosissimo ma esaltante, mi son trovata ad amare profondamente un lavoro che detestavo.
Dovrei scrivere un libro per raccontare tutti i passi che mi hanno portato alla stesura di questo metodo, e non è questo il caso. Ma gioie e dispiaceri, soddisfazioni e delusioni, sono comunque conservati in uno scrigno nel mio cuore, e mi fanno sentire utile, diversa, felice.
E ora veniamo a noi. Mi auguro di riuscire ad essere chiara nell’esporre per iscritto ciò che ogni giorno sperimento "sul campo", nel riassumere in concetti fondamentali le mille piccole prove quotidiane di camminare sulla giusta strada.
La Musica ("M" maiuscola!) è un linguaggio. "Bella scoperta!" direte voi.
Lo so, questa è la frase che ci "abborda" all’apertura di un qualsivoglia testo che riguardi tale materia; ed è seguita anche dalle parole "... che si serve dei suoni per comunicare".
E allora - dico io - trattiamola veramente come un linguaggio!
Mio figlio all’età di 6 mesi cantava: ma non si pretende altrettanto dagli altri! Comunque sia, fin dalla più tenera età gli esseri umani imparano motivetti, fischiettano o cantano quelli che piacciono loro di più. Hanno quindi già "incorporati" i concetti di "altezza dei suoni" e di "concatenazione ritmica".
Ma cosa succede se decidono di intraprendere gli studi musicali? A parte che, in Italia, voi sapete quanta Musica si faccia nelle scuole, senza parlare del fatto scandaloso che nei Licei Artistici la Musica non è annoverata fra le materie di insegnamento...!
Succede che si comincia con il farla dire, la Musica, invece che cantare o suonare. Mi riferisco al solfeggio. E quei piccoli "insiemi" tonali vengono frammentati e distribuiti fra righi e spazi. Dopo un congruo periodo di esercitazioni verbali, con cui si frantumano i concetti unitari che erano insiti nell’allievo - cioè quello della concatenazione tonale e ritmica a cui prima accennavo - si cerca di rimettere insieme i cocci per rifare il "vaso" intero, e allora si presenta all’alunno un qualsiasi brano da suonare. Naturalmente in Do maggiore, naturalmente con 5 note - anche se in tutto sono 7 - naturalmente facendo usare l’anulare e il mignolo come se fosse la cosa più facile di questo mondo. E potrei dirne tante altre, come il tempo che diventa una sequenza di numeri detti con la voce a proprio piacimento, come il semitono che sarà oggetto dei corsi di teoria, ben discinti dalla pratica, ecc. ecc. Ma qui mi fermo, perché la polemica è utile solo se costruttiva.
Essendo poi questa prefazione rivolta agli insegnanti di musica, devo ricordarmi spesso che loro lo sanno quanto e meglio di me, come stanno le cose.

Questo libro inizia con il confronto tra il linguaggio parlato e il linguaggio musicale: l’uno si esprime con le lettere dell’alfabeto, l’altro con dei "pallini" che tutti sanno essere note; ma non è questo il punto fondamentale: guardandoli nell’insieme, questi due tipi di linguaggio, si nota che la differenza fondamentale è la direzione che seguono questi loro componenti, o per meglio dire l’importanza - ai fini dell’interpretazione del linguaggio - che ha il cambiamento di altezza: nel linguaggio parlato tale cambiamento non influisce nella lettura, mentre nel linguaggio musicale ne costituisce una parte essenziale. A seconda - infatti - della direzione in alto o in basso (o alla stessa altezza) che vediamo prendere alle note, le nostre dita devono muoversi verso destra o verso sinistra (o rimanere dove sono). Questo, ovviamente, riferito alla tastiera.
Ci avete fatto caso? Nel linguaggio parlato guardiamo la parola, e questo messaggio passa dagli occhi al cervello alla voce; nel linguaggio musicale guardiamo lo stesso la "parola" musicale, e il messaggio passa dagli occhi al cervello alle dita (tranne che per i cantanti). Ecco perché LEGGERE, in musica, vuol dire SUONARE.
Il primo codice di interpretazione che abbiamo visto, è dunque la differenza di altezza fra i suoni.
L’altro è la differenza di durata, e quello lo esprimiamo con la diversa forma data alle note, cioè con la figura musicale (e solo dopo vedremo altri segni come il punto di valore e la legatura di valore).
È basandoci su questi due concetti fondamentali che dobbiamo intraprendere l’esecuzione dei brani.
All’interno di questo lavoro abbiamo - come insegnanti - un altro compito altrettanto importante: il far percepire all’allievo la "sostanza" della Musica, il "materiale" di cui è fatta: il semitono. Ciò che è stato fino ad ora infatti materia riguardante la teoria della Musica, deve diventare parte integrante della pratica, assimilata goccia a goccia e man mano che si va vanti nella lettura.
In questo forse non sono riuscita come avrei voluto, poiché spesso si devono dare le informazioni per scontate, in gran parte a causa della terminologia, e anche perché questa non deve essere la sede per un trattato di composizione. Ma un "diavoletto" mi dice che sicuramente, da qualche parte, c’è una semplice e chiara risposta a tutti i perché: io non ho scoperto tutti i nascondigli.
Torniamo a noi.
L’allievo deve cominciare subito a muovere le dita sulla tastiera, a leggere le prime note: per far questo ha bisogno di molta semplicità. E allora gli diamo un rigo intorno a cui "ruotano" tre note, non importa quali, basta che siano in sequenza. E gli facciamo usare due sole dita, evitando all’inizio l’anulare e il mignolo. Bene, lui non se ne accorge, ma legge nel Setticlavio. Cosa che a noi importa relativamente. Ma non è questo il punto importante; svincolato da chiavi e pentagramma, pian piano (ma nemmeno troppo) leggerà le note non perché stanno in quel determinato rigo o spazio, ma per rapporto di distanza. E quando arriverà alla chiave di Basso, non dirà che "le note si leggono diversamente".
Il resto lo scoprirete facilmente da soli.
Qualche raccomandazione: se l’allievo si guarda le dita si "legge le dita", non le note: insistete molto sul fatto che le dita si muovono anche se non le guardiamo!
E abbiate pietà di quei poveri valori: tenere un suono nella sua completa durata è alla base di un’ottima esecuzione. Sapete bene che un suono di 2/4 finisce esattamente dove inizia il terzo.
Vi consiglio inoltre caldamente di affiancare all’uso di questo metodo - personalizzandone l’uso a seconda delle esigenze - quello di un testo stupendo di Paul Hindemith: "Teoria musicale e solfeggio", editore Suvini Zerboni - Milano.
Vorrei aggiungere che ho trovato una grande disponibilità nella Casa Editrice che ha accettato di pubblicare questo testo, mentre i "grossi" si sono tirati indietro di fronte alla novità, che come sappiamo ha bisogno di una divulgazione più "meditata", quando si fa su larga scala, e loro non hanno né tempo né voglia di "meditare" troppo. Qualcuno mi ha anche detto: "La musica si è sempre insegnata nel solito modo, e lei perché vuol rompere le uova nel paniere?"
E quindi ci ritroviamo con un testo corredato da una traccia di accordi per l’accompagnamento, guida fondamentale per il senso ritmico dell’allievo, ma tutto a carico dell’insegnante, che sarà fortemente facilitato se possiede una minima tastiera elettronica con i ritmi.
Volevo dire che sarebbe stato molto più comodo fornire un nastro magnetico con inciso l’accompagnamento. Ma i mezzi sono quelli che sono.
Ringrazio quindi caldamente l’Editore che per primo ha creduto in questa pubblicazione.
Alla Professoressa Luisa Grazia Caldi di Pisa, che mi ha seguito per dieci anni negli studi di pianoforte, i miei ringraziamenti li mando mentalmente ogni giorno, e in questo caso li rendo pubblici: non mi sarei mai realizzata così senza il suo fondamentale insegnamento.
Il Maestro Filippo Maria Caramazza, ora docente al Conservatorio di Pesaro, da cui ho avuto lezioni di direzione d’orchestra, è stato un altro lucente apporto alle mie conoscenze, e il conoscerlo ed essergli amica mi ha arricchito enormemente sia dal punto di vista professionale che da quello spirituale. Grazie, Filippo.

Dovrei ringraziare tutte le persone che mi sono state vicine, ma sopra di tutto ci sono gli amici-allievi che mi hanno seguito nel corso di questi anni: senza di loro, il metodo non sarebbe esistito.

A voi tutti auguro buon lavoro.

Daniela Santerini

 

Questa è la prima prefazione, bellissima, dell'avvocato e letterato Giuliano Torrebruno. Tanto per dirne una, un giorno ho chiesto ad una lettrice cosa le fosse piaciuto di più di Cioioi. Sapete che mi ha risposto? "La prefazione!"

Ma il passato non torna. Fra poco il libro sarà ri-pubblicato dalle Edizioni Erasmo, di Livorno, e ne sono altamente orgogliosa. La prefazione cambierà, anche se questa rimarrà sempre nel mio cuore.

CIOI-OI

(narrativa-diaristica)

  Prefazione

Bisognerebbe conoscerla, Daniela Santerini, con quel suo sguardo infantile ma consapevole, la sua parlata sporca (si fa per dire) di un toscano popolaresco da borgo medioevale, le sue borse piene dei suoi libri preferiti e delle sue ultime creature letterarie.
È una ragazza iperattiva senza prevenzioni nei confronti di nulla e di nessuno, sempre pronta ad affascinarsi per qualcosa o per qualcuno, e ad affascinare interlocutori e lettori.
Dico questo non solo per averla conosciuta e per aver letto il suo libro, ma perché sono convinto che dopo aver goduto questo racconto lungo (o romanzo breve) anche altri saranno d’accordo con me.
È la stessa sensazione che provai (attenzione, non voglio assolutamente porre improponibili paragoni o somiglianze) dopo aver letto "Cento anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez.
Anche lì, dopo aver navigato un bel pezzo in una favola magica, sentii il desiderio di accostarmi all’autore, cosa che non ebbi modo di fare, per rendermi conto di che uomo potesse essere, che anima aveva "emanato" simili effluvii poetici.
"Ciòiòi" è un lamento, il simbolo del grido di dolore di un popolo che, più che farla, subiva una guerra.
Fortunatamente Daniela non ebbe, e non ha, l’ambizione (o meglio forse la presunzione) di dirci qualcosa di suo sulla guerra del Vietnam, quasi un’epoca della storia che un po’ tutti abbiamo vissuto, sia pure solo da spettatori.
A lei non interessa farci sapere cosa pensa di quel dramma, non trincia giudizi, che pure potrebbe formulare con molta maggiore cognizione di causa di tanti commentatori politici che non hanno mai visto una mina anticarro.
La sua è la storia viva, giovanile, suo malgrado quasi allegra, del suo viaggio in Vietnam durante la guerra.
L’avventura l’ha investita giovanissima, appena ventenne, e quel che più conta, quasi per caso.
Potrebbe raccontarci, come ogni buon reporter del tipo "Selezione dal Reader’s Digest", le impressioni dei veri protagonisti della tragedia: i soldati americani e i giovani vietnamiti, ma sarebbe stata, e lei lo sa, solo una delle tante presuntuose voci di chi si crede autorizzato a pontificare su cose più grandi di lui.
E allora? Del Vietnam e della guerra, si parla o no? Sì, certo, ma in quell’incantevole modo che Daniela sa padroneggiare.
Tutti gli episodi, tutte le situazioni presuppongono la guerra, le tragedie, gli orrori, anzi, sono da essi provocati, anche se in via che, ad un osservatore superficiale potrebbe sembrare indiretta.
C’è un gruppo di ragazze che, nonostante il Vietnam si tiene stretto ad un filo tenacissimo, costituito dalla loro gioventù, dalla loro voglia di vivere, dalla loro "consapevole incoscienza".
La Vita, in una parola, prevale su tutto, offusca tutto ciò che a lei si oppone.
Ne nasce un contrasto affatto stridente, ma che soprattutto fa meditare. La nostra epoca non è diversa dalle altre, è solo più progredita tecnologicamente e più presuntuosa, per cui crediamo che i nostri flagelli siano più apocalittici di quelli che hanno funestato le generazioni passate. Non ci accorgiamo così che gli uomini trovano sempre, nel momento stesso in cui ne sono afflitti, l’antidoto naturale ai veleni che il destino somministra loro.
È ciò che invece ha fatto Daniela, mostrandoci quattro ragazze (oltre ai tanti altri ritratti di giovani protagonisti) che si rifiutano di lasciarsi coinvolgere in un tipo di scelta (di qua i buoni, di là i cattivi), che rivelerebbe preconcetto ed arroganza ideologica.
A lei interessa dimostrare che si può vivere, si può essere giovani anche quando e dove si soffre, perché il vero contrario del male non è altro male, ma il bene.
Ed ella quindi oppone appunto la Vita, la giovinezza,, l’avventura a quanto di tragico e di doloroso ha avuto modo di osservare.
Non solo quindi un reportage "postumo", ma la conferma di un metodo, può definirsi questo libro.
Daniela ha affrontato il Vietnam con la sua disarmante innocenza, e a distanza di anni riscopre di aver avuto ragione, perché se il mondo non è cambiato, neppure lei è diversa, e vuol farcelo sapere.Grazie, Daniela.