Il treno del sole – Sesta puntata

Sesta puntata

Mi svegliai in un nuovo mondo: potevo chiamare qualcuno “babbo”, anche se non di fronte a tutti; non ero più figlia unica, ma di un botto mi erano apparsi quattro fratelli, due maschi e due bambine, l’ultima arrivata ancora nella culla. Di mio padre mi avevano parlato, o piuttosto “sparlato” da quando ero stata capace di capire il linguaggio, ed ero così imbottita delle verità unilaterali che l’altra parte poteva dirmi di tutto e di più, senza che io ci credessi nemmeno per sbaglio.

La cosiddetta “moglie” non era assolutamente pericolosa come mi avevano paventato i miei: l’unico fastidio – e nemmeno tanto– era il suo patetico tentativo di convincermi della bontà del referendum sul divorzio, proposto dall’onorevole Fortuna. Mi raccontava – e io lo sapevo già –di quando, tornando dalla Francia con mio padre e transitando per il paese natale, mia madre li aveva denunciati per concubinato e per questo avevano passato una notte in carcere. Non mi piaceva; ma conducevo una vita grama con una madre sempre al lavoro o davanti al televisore; figure maschili manco a parlarne, un vuoto enorme che i miei due adorati cuginetti non bastavano a colmare; chiamavo “zii” i fratelli e sorelle di mia nonna, per i quali in fondo in fondo (ma non troppo in fondo) ero “la figlia del peccato”, perché la mamma si era sposata contro la volontà dei suoi; nessuno a consigliarmi, nessuno a indirizzarmi, dovevo educarmi in tutto da me, e gli errori fioccavano come neve; con lo stipendio di mia madre si arrivava a metà mese, e poi i negozi ci facevano credito, e il mese dopo da capo, e così via; per avere un vaglia di mio padre ogni tanto bisognava minacciarlo in tribunale… e lui tranquillo e pacifico, uno stipendio notevole, una famiglia numerosa, stimato e benvoluto da tutti, hobbies e casa al mare, motoscafo… lo sentivo, un certo disagio, e se a volte affiorava un moto di rabbia veniva subito soffocato da quei bambini affettuosi che avevo appena conosciuto.

A mio padre non assomigliavo solo fisicamente: ci scoprivamo a fare le stesse identiche cose nello stesso identico modo, come il procedimento della Settimana Enigmistica, cominciando da Bartezzaghi, andando su “incroci obbligati”, e via via alla stessa maniera. Anche lui suonava, in un complesso (Le Stars non erano ancora arrivate, ma mancava poco…);scriveva anche lui, e anche lui si cimentava con poesie; addirittura la grafia era la solita: prima di andare lì non capivo proprio da chi avessi ereditato tutte le mie caratteristiche, perché da parte di madre… nemmeno risalendo agli antenati.

 Ci passai una settimana delle più intense della mia vita; fortunatamente ero troppo attaccata alla mamma, per rimanerci. E poi sapevo bene grazie a chi ero cresciuta fino ad allora, se male o bene mancava ancora tanto tempo a capirlo…..

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