Il treno del sole – Nona ed ultima puntata

Nona puntata

Passarono due anni da allora. La mia vita continuava con le solite difficoltà e la consueta paura di essere abbandonata che mi portava a far di tutto per scappare io per prima. A complicarmi l’esistenza ci si era messa anche quell’idea di un metodo, assolutamente diverso da tutti gli altri, per imparare a suonare, tutta colpa di un allievo duro di comprendonio e mia che quando mi metto in testa di far comprendere una cosa non mollo. In un momento di sconforto avevo esclamato “ora prendo e lo brucio!” La risposta di mio marito mi lasciò senza parole: “e non so cosa aspetti!”: fu lì che decisi di continuare.

Già poteva bastare “Ciòiòi” per esercitarmi in testardaggine: non riuscivo a capire come facesse un editore a non interessarsi alla storia… sapete, in queste cose sono piuttosto “candida”, credo sempre che sia la bontà della vicenda a far pubblicare un libro… Mio marito stava per diventare “ex” e ancora non lo sapevo, io, lui sì.

Con mio padre ci sentivamo per telefono: la morte dell’amico “poeta” mi aveva congelato la penna.

Da ogni parte dove mi giravo, delusioni.

Avevamo deciso, quell’estate, di mandare mio figlio maggiore in vacanza dai nonni, ma quando mio padre mi promise che sarebbe venuto a conoscere i suoi nipoti e suo genero il viaggio fu annullato, e in casa si iniziò a percepire una certa eccitazione. Qualcosa me lo diceva che sarebbe andata storta, non è mania di persecuzione quando dico “con la mia fortuna…”, ma essendo inguaribilmente ottimista nonostante le batoste, cacciavo ogni pensiero avverso.

Passarono i primi mesi estivi, e proprio non mi volevo arrendere, quando a settembre arrivò una lettera dalla Calabria, dove mio padre la prendeva larga, lui con le parole era un artista, ma quando lessi che non veniva perché “doveva comprare la moto a Pino” (uno dei fratelli) non ci vidi più. Quasi mi ubriacai per farmi coraggio, alzai la cornetta e non so quante volte devo avergli detto, o meglio gridato “sei uno stronzo!” Lui cercava di placarmi: “Calmati, sennò chiudo!” “Perché fino ad ora che hai fatto?”. “Guarda Daniela che sono malato, sto proprio molto male… ” “Te malato? Ma chi se ne frega! Tanto non muori mai! Gli altri muoiono, mica te! Te li sotterri tutti” e sapevo a chi mi riferivo. Non so più quanto e cosa gli ho detto, ma questa me la ricorderò finché campo. Ho poi saputo che alla moglie aveva detto, alla fine della telefonata “Pietrina, voglio morire!”

E per la prima volta in vita sua, mantenne la parola.

Era dicembre, il 16, quando mi svegliò una telefonata alle 5,30: era la moglie di mio padre. Era morto. Non c’era più. La porta sbattuta in faccia per sempre.

Eppure, ci ho messo anni ad elaborare il mio senso di colpa. Ed è la prima volta che riesco a scriverlo.

Alla notizia mia madre si mise a sghignazzare “Ah ah! allora sono vedova!” Fu lì che cominciai ad avvertire qualcosa, magari – come ho saputo molti anni dopo – ad ammirare la sagacia di quel genitore che pur così poco frequentato aveva capito che nel mio primo libro di poesie non avevo mai rammentato mia madre, e lui invece sì anche se una sola, per dire “un padre no”.

COME UNA TIGRE

Come una tigre

misuro con i passi la mia gabbia

e la noia e la rabbia

di non aver avuto.

Conosco un giorno di sole

e aeroplani di carta

che si alzano e si abbassano insistenti.

Conosco i sentimenti di figlia e madre.

Un padre, no.

Lo perdonai di tutto, mio padre, appena seppi della sua morte. Anche mia madre. Ancora non avevo imparato, che la nera signora si portava via tutto. Anche la possibilità di rimediare.

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