E se...

 

Indice Puntate:

PRIMA PUNTATA

 

E se...                                                                                                                   

E se un giorno...

E se un giorno torni a casa...

E se un giorno torni a casa e scopri ...

E se un giorno torni a casa e scopri che la tua casa...

E se un giorno torni a casa e scopri che la tua casa non è più la tua casa...

 

 

Alice scese dal treno che, come ogni sera, la lasciava stanca e sconfitta sul marciapiede di una Stazione qualsiasi, di un paese qualsiasi.

Come sempre il treno aveva un ritardo che  sembrava aumentare ogni giorno di più. Una di quelle sere si sarebbe seduta sulla  panchina di legno sotto l'orologio e di sicuro, dopo pochi minuti, sarebbe arrivato il treno del mattino.

Sulla pelle, nelle ossa, la polvere di quella vita si depositava, rallentando i movimenti, raffreddando i muscoli.

Il cane del bigliettaio le arrivò vicino, la coda sventolante nell'aria, l'annusò distratto e passò oltre.

I suoi movimenti erano sempre gli stessi, ben calibrati, non un movimento non necessario, non una parola superflua.

Buttò, passando vicino al cestino, il biglietto spiegazzato del treno, fece un cenno di saluto al capostazione e s'infilò nel vicolo che portava al parcheggio.

E lì si bloccò. Si era dimenticata che aveva lasciato la macchina in città, dal meccanico.

 

SECONDA PUNTATA

La sua casa non era lontana; si girò e prese a camminare a testa bassa. Con la coda dell'occhio vide qualcosa sventolare: era la coda del cane, che la seguiva.

Non pensò neppure di scacciarlo: sapeva che dopo un po' sarebbe tornato indietro. Non costituiva un grande interesse neanche per un cane...

D'inverno tornava a casa nell'azzurro del crepuscolo, che si trasformava presto in un blu più cupo: quando arrivava alla porta di casa il mondo era stato risucchiato nel nero della notte. Nessuno la vedeva rientrare, lei non vedeva niente e nessuno.

Quella sera la stanchezza le fece alzare le chiavi di casa lentamente, infilarle nella serratura, trattenere la maniglia, dare un colpo secco per aprire la porta: l'umidità aveva gonfiato il legno e  doveva trattarla un po' bruscamente.

Alzò la mano per far scattare l'interruttore ed ebbe un flash, che l'attraversò come una scossa: in un attimo realizzò che la luce era già accesa, una musica usciva dalle casse sopra la libreria, il gatto non era in attesa sul tappeto, ma soprattutto c'era un odore sconosciuto, più di un odore, che si mescolava con quelli conosciuti della sua casa.

Nell'attimo in cui vide l'uomo, lui alzò lo sguardo dal computer. Il terrore dei suoi occhi si fissò in quelli di lei.

Urlarono quasi contemporaneamente.

 

TERZA PUNTATA

 

Alice si aggrappò alla  maniglia della porta, che teneva ancora aperta.

Le parole le uscirono strappate, senza senso.

Ch...? Chi?...Ma!?-

L'uomo era massiccio, ma agile. Balzò in piedi e fece per precipitarsi verso di lei. Esclamò qualcosa, ma il terrore impedì ad Alice di capire che cosa dicesse.

Era già fuori dalla porta, ma l'uomo gridò il suo nome. Si bloccò, la paura la rendeva vigile e tesa. Con un movimento veloce prese il cellulare di tasca, e lo sporse a braccio teso verso lo sconosciuto.

- Fermo, ho già chiamato la polizia!

-Ascolta! Ascoltami, solo un attimo!

Alice finalmente lo guardò, attraverso il terrore che l'aveva invasa.

Un pensiero affiorò nella sua mente: conosceva quel viso. Cercò di pensare velocemente: perché quella faccia gli era familiare?

-Senti, lo so, hai ragione se chiami  aiuto, ma lascia che  ti spieghi, poi se vuoi puoi chiamare e fare quello che decidi tu.

Il ricordo affiorò:

-Tu sei il broker! Prendiamo lo stesso treno!

-Sì, ma veramente è meglio dire  “ero” ...

Alice lo guardò meglio. Ecco perchè non lo aveva riconosciuto; non era vestito nel solito modo. Aveva anche i capelli lunghi e la barba.

Comunque quell'uomo era in casa sua, e fino a un momento prima era stato seduto davanti al suo computer!

 

QUARTA PUNTATA

 

In quel momento Alice realizzò che la carica di adrenalina che l'aveva fulminata sulla porta di casa l'aveva di colpo cambiata. Si sentiva sveglia come non era da tempo, attenta e, una parola grossa per lei, coraggiosa.

-Non capisco perchè sei venuto a rubare a casa mia!

-Non sono venuto a rubare...

-Ma perchè proprio stasera..?

-Veramente...io sto qui tutti i giorni.

Alice barcollò

-Co...tutti i giorni...scusa, vuoi dire...?

-Senti, di giorno questa casa rimane vuota per un sacco di tempo...

Alice non si accorse di stare urlando:

-Questa è casa mia! Può stare vuota quanto mi pare, hai capito? Come ti permetti di ...e poi, come hai fatto a entrare?

Lui la guardava preoccupato; però non sembrava un ladro.

-Due mesi fa  ti sono cadute le chiavi in giardino. Ti ho visto, le ho prese, ho fatto una copia. Poi le ho rimesse in casa.

-Tu vuoi dire che mi spiavi, che hai le mie chiavi da due mesi, entri ed esci da casa mia quando e come vuoi...!

Un tremito la attraversò.

L'unica certezza della sua vita, la sua casa, non era quello che sembrava...non era il suo porto sicuro, ma il rifugio di uno sconosciuto!

-Ma..ma...-cercò di riprendersi- io non mi sono accorta di niente...non è possibile!

-Sei molto metodica e, scusa, prevedibile. Tranne stasera; non sei arrivata in macchina, non l'ho sentita. Per il resto, la tua vita è sempre così uguale che non è stato difficile adattarmi alle tue abitudini.

-Ma, ma...perchè?

-Senti, se mi dai fiducia  e ascolti quello che mi è capitato, ti spiego tutto.  Poi mi potrai giudicare. E' vero, non mi sono comportato in modo corretto, ma ero disperato. Anzi, lo sono ancora.

 

QUINTA PUNTATA

 

Decisero di sedersi fuori, sotto il portico. Per prudenza, Alice stava un po'  lontano con in mano il cellulare, pronto con il numero del suo vicino. Lo sconosciuto non poteva vedere che non si trattava del numero della Polizia.

Chissà perchè, quell'uomo non le faceva paura.

Aveva perso tutto. Lavoro, denaro, la casa, perfino la macchina.

La fidanzata, con cui l'aveva visto un paio di volte, aveva prosciugato tutto quello che  gestiva per conto dei clienti e tutto quello che aveva risparmiato per sé.

Non solo, ma il buco, anzi, la voragine creata nei vari pacchetti finanziari era stata attribuita solo a lui...

L'aveva raggirato, in un modo così perfetto da lasciarlo stordito, umiliato, furibondo prima con se stesso che con lei.

Lì non aveva nessuno. Genitori, fratelli, parenti: tutti lontano, all'estero, e lui non aveva voluto contattarli; era abituato a risolvere i suoi problemi senza chiedere niente a nessuno, e anzi, ora non voleva far sapere una cosa così umiliante..

Aveva solo bisogno di tempo. Di tempo, di un luogo tranquillo e di un computer.

Ecco, il computer di casa lasciava un po' a desiderare...

-Ah, adesso facciamo le pulci anche al mio computer?

Ma dove dormiva, dove stava quando lei tornava a casa?

I posti non mancavano. Il garage, che lei non usava mai, lasciava l'auto davanti a casa. La soffitta, enorme...dove da molto tempo non metteva piede: troppi ricordi...

Un brivido l'attraversò. Aveva condiviso la propria casa con uno sconosciuto, forse pericoloso, di cui comunque sapeva ben poco, a pochi metri da lei...che aveva controllato ogni suo movimento...

 

SESTA PUNTATA

 

Eppure, eppure.

Mentre lui raccontava, stava già pensando a una soluzione, a un modo per aiutarlo...era stata ingannata, aveva condiviso la sua casa senza saperlo con uno che conosceva appena - che però aveva intravisto mille volte tra gli altri pendolari -  eppure sentiva che poteva dargli fiducia.

Lui aveva solo bisogno di un po' di tempo, trovare le tracce della sua ex nella rete e vedere di risolvere il bandolo della matassa.

La sindrome della crocerossina si stava velocemente facendo strada in lei...quella che le aveva già dato tanti problemi in passato...

Per quella sera decisero che avrebbe dormito nel garage.

La ringraziò mille volte. Quando Alice finalmente riuscì ad infilarsi nel letto, sentiva  le emozioni  pesarle addosso come un macigno.

Aveva chiuso la porta a doppia mandata, controllato che tutte le finestre di casa fossero chiuse, aveva chiuso a chiave anche la porta della sua camera, ma non si sentiva in pericolo. L'aveva fatto per non sentirsi troppo ingenua ...

Il giorno dopo si svegliò in ritardo. Non era mai successo, mai nella sua memoria si era ritrovata a fissare la sveglia, incredula.

Corse fuori di casa come una furia, riuscì a prendere al volo un autobus che in due fermate la portò davanti alla stazione.

Mentre staccava il biglietto dal blocchetto che teneva in tasca, toccò la chiave di casa. Lo sconosciuto...L'aveva dimenticato!

Com'era stato possibile!

L'abitudine e il senso del dovere la fecero andare al lavoro. In ufficio girò tra le scrivanie come uno zombie: aveva ingranato il pilota automatico. Alla fine della giornata non avrebbe saputo dire che cosa avesse fatto tutto il giorno, non una singola azione. Ma un pensiero sì, quello martellava nella mente.

Si ricordò della macchina da ritirare dal meccanico. Quando parcheggiò davanti a casa il cielo era ormai nero, i lampioni accesi, le mani sudate scivolavano sul volante, su e giù.

Guardò la casa. Non c'erano luci accese all'interno, appariva buia e inospitale.

Infine, si decise.

Infilò la chiave nella toppa, diede un colpo secco sulla maniglia, entrò.

La casa era deserta.

 

SETTIMA PUNTATA

 

Era delusa.

Inutile fingere con se stessa.

Era proprio delusa. Ma che cosa le succedeva? Era così sola che anche un possibile ladro, pazzo o maniaco, le sembrava una piacevole sorpresa da trovare a casa?

Era arrivata a quel punto? Dalla morte dei suoi genitori si era chiusa sempre di più in un mondo di lavoro, di obblighi e di abitudini che l'avevano stretta in una gabbia di solitudine.

Doveva fare qualcosa. Si guardò attorno. La vecchia casa dei suoi, dove aveva vissuto fin da piccola, non le sembrava più quel  porto sicuro che aveva creduto fino a quel momento.

Un'altra idea le attraversò la mente. Se il tipo della sera prima aveva veramente vissuto lì in sua assenza, qualcosa, un piccolo indizio, un segnale doveva esserci. Doveva aver lasciato una piccola traccia del suo passaggio...

Cominciò a girare per le stanze guardandosi attorno.

Non notava niente fuori posto.

Entrò in cucina e guardò il suo gatto che le veniva incontro con aria da ruffiano.

“Tu! - esclamò - traditore!” Sicuramente aveva solidarizzato col nemico...ecco perchè non lo trovava più davanti alla porta al suo arrivo...

La cucina era in ordine. Fredda, pulita, immacolata. Forse aveva sognato, e  quell'individuo era frutto della sua immaginazione; era stata per troppo tempo isolata dal mondo...

Aprì distrattamente il frigo. Era quasi vuoto, ma c'era un foglietto: “E' finito il latte”. Impunito! La prendeva anche in giro!

Per un attimo un sorriso le salì alle labbra, ma subito si irrigidì: era entrato in casa mentre stava dormendo....aveva ancora le chiavi! Ma non le aveva restituite la sera prima? Si girò: la porta che dava sul giardino era solo accostata...

Per terra, vicino alla soglia, le sembrò di cogliere un luccichìo...

 

OTTAVA PUNTATA

Si chinò.

Un orecchino, con una minuscola perla. Il suo. L'aveva perso da un mese almeno, e cercato dappertutto.

Comunque, non certo un indizio per scoprire qualcosa su quell'uomo. Per quella sera  non le rimaneva che andare a letto; si accorse di essere stanca. Fece l'ultimo giro per spegnere le luci.

Guardò fuori dalla finestra e le sembrò di vedere un'ombra. Stranamente non era preoccupata. Non accese neppure le luci esterne per controllare. L'unica concessione al suo senso di vuoto fu di portare con sé il gatto. Sicuramente l'avrebbe disturbata, ma aveva bisogno di una presenza viva in quella grande casa.

 

Il mattino dopo c'era la nebbia: tutto era ovattato, isolato in una morbida cappa  di grigio. Ormai non era più così lucida: appeso vicino al suo c'era il cappotto del padre, lo infilò per sbaglio...e si accorse che le dava una sensazione di sicurezza. Così non lo tolse.

Andò al lavoro, ma questa volta si guardò continuamente attorno, sperando di vedere spuntare dalla coltre di nebbia quello strano tipo; invece, nulla.

Nulla. Il viaggio di andata e di ritorno, il lavoro in ufficio, tutto le sembrò faticoso, inutile, senza  significato.

La sera si ritrovò davanti alla porta di casa, come se avesse sognato tutto il giorno e solo allora  si fosse svegliata.

La mano le tremava leggermente mentre andava verso la maniglia della porta. Girò la chiave nella toppa, diede una spinta decisa ed entrò.

La luce automatica dell'entrata non si accese. Il buio era totale. A tentoni andò verso il fondo del corridoio, dove c'era il contatore.

Era così buio...con le mani toccò la parete laterale e cominciò a procedere  tastando il muro freddo. Si muoveva piano, toccando il muro con le dita, come un cieco che leggesse un libro Braille. Ed ecco che il muro si animò sotto le sue dita: ora era una superficie morbida, che respirava...la paura lanciò un grido nel suo cervello. Una mano cercò di afferrarle un braccio: la disperazione la fece scivolare velocemente di lato: la mano perse la presa. Scattò in avanti. Lì davanti ci doveva essere la cucina: sentì il freddo dell'acciaio, il magnete a cui erano attaccati i coltelli: con frenesia ne strappò uno, si girò...

In quel momento una massa si precipitò su di lei. Alzò il coltello.

Come burro, la lama entrò con facilità in quel corpo.

Non un grido. Il corpo precipitò di lato, senza un lamento.

 

NONA PUNTATA

 

Allora, il tempo che aveva corso davanti a lei sembrò fermarsi.

Guardò e guardò, senza vedere, il buio denso davanti a sé; poi andò lentamente verso il contatore, tastando porzioni di muro. Lo trovò; fece scattare l'interruttore.

Non aveva il coraggio di girarsi. Sapeva.

Alla fine si voltò e lo vide, a terra, immobile, come un grosso sacco.

Era lo sconosciuto, in una posa scomposta, il corpo in una pozza di sangue scuro che sembrava muoversi,  allargandosi.

Sentì come un urlo silenzioso dentro di sé. Un lamento.

Realizzò che la sua bocca era aperta; ne usciva un guaìto di cane bastonato.

Niente sembrava volersi muovere: le gambe erano rigide, le braccia immobili sui fianchi, le mani strette a pugno. Il cervello era bloccato, non riusciva  a pensare se non : “ E se...se...se...se...se...”

Poi fece una cosa che non aveva senso. Doveva uscire, doveva togliersi quell'immagine da davanti. Soffocava, sentiva la casa che le si stava chiudendo addosso.

Corse verso l'uscita, precipitandosi attraverso il corridoio.

Spalancò la porta, e mentre l'apriva , per la violenza del movimento,  sentì quasi uno strappo al braccio.

Ecco, era fuori.

Il petto le si alzò in profondi respiri. Guardò la casa. Sembrava tremare nella vaga oscurità, illuminata solo dal lampione all'angolo della strada.

No, non tremava la casa, era lei che tremava. La stava guardando attraverso  una cortina di lacrime che scendevano lentamente.

Perché? Perché quell'uomo la stava aspettando nel corridoio ? Perchè, se la sera  precedente sembrava avesse intenzioni pacifiche, se lei gli aveva dimostrato la sua disponibilità ad aiutarlo...

Non le era sembrato un maniaco. Se la voleva violentare, avrebbe potuto cercare di farlo in qualsiasi momento, la sera prima.

Aveva girato in lungo e in largo la casa, doveva aver capito che lei non era ricca, non era certo una persona da rapire o da ricattare.

I pensieri  adesso giravano vorticosamente, in cerca di risposte.

Doveva sapere chi era veramente...forse nelle tasche aveva qualcosa, un foglio, un biglietto, qualsiasi cosa  potesse fare luce.

 

 

DECIMA PUNTATA

 

Doveva rientrare in casa e frugare nelle tasche della sua giacca. Poi, riacquistata un po' di calma, avrebbe deciso il da farsi. Doveva chiamare prima la Polizia o l'ospedale? O il pronto Soccorso? Mah, era morto...

Si fece coraggio. Lentamente, cercò di aprire la porta, che fece resistenza. Com'era vecchia ! Doveva farla riparare. Finalmente la porta si aprì.

Percorse il corridoio, il cuore che martellava in gola.

Arrivò in cucina. Non c'era nessun corpo, nessuna pozza di sangue. Niente.

Non una macchia di sangue, neanche una goccia, niente fuori posto. Come poteva essersi sbagliata...? Era sicura di averlo colpito davanti alla porta della cucina...

Tornò indietro. Nulla. Cominciò ad entrare ed uscire freneticamente da tutte le stanze. Non era possibile!

Aveva ucciso un uomo, una sensazione orribile che niente e nessuno le avrebbe mai fatto dimenticare...e adesso non c'era nessuna prova di quel buco nero in cui era precipitata.

E poi c'era un'altra sensazione, più difficile da decifrare, una sottile sofferenza, un senso di rimpianto per qualcosa che non era stato, ma avrebbe potuto essere...

Alla fine crollò su una sedia, in cucina. Che cosa significava l'incubo che stava vivendo? La sua mente aveva costruito quelle immagini per terrorizzarla? Stava sognando?

Si versò dell'acqua. Anzi, mise giù il bicchiere, doveva buttare giù qualcosa di forte, doveva riprendersi, doveva decidere cosa fare...

 

UNDICESIMA PUNTATA

 

D'improvviso, la sensazione di nausea che provava si materializzò in una certezza: non poteva restare lì, quella casa la spaventava.

Cercò di recuperare un po' di lucidità. Le venne in mente che in città c'era un piccolo appartamento della Ditta, riservato agli ospiti di riguardo in visita agli stabilimenti. Poteva chiedere di passare lì la notte.

Pensò ad una scusa plausibile, poi  fece una chiamata alla segretaria del capo.

Evidentemente fu convincente: in tutti quegli anni era stata una persona affidabile, non certo una fantasiosa bugiarda, per giunta assassina...

Corse di sopra, in camera, e cominciò a mettere poche cose in una sacca.

Fece scorrere lo sguardo intorno, alla sua camera, che era stata il suo porto familiare, fino a poco prima...

Lo sguardo si soffermò sulla  finestra: da quella angolazione si intravedeva, alla luce del lampione, il suo bel giardino, di cui andava orgogliosa,  e il vialetto d'accesso.

Smise di respirare. La paura la colpì con un fendente d'acciaio.

Non poteva essere vero. C'era un uomo che stava risalendo il viale di casa,con calma e sicurezza. E, pur nella penombra della sera, lo riconobbe. Quell'uomo lei lo aveva colpito, lo aveva infilzato con un coltello davanti alla sua cucina; quell'uomo non poteva respirare, muoversi,  camminare!

Eppure quello che lei ora vedeva, senza ombra di dubbio, era  lui.

Come poteva una persona timorosa come lei scendere le scale di corsa, volare verso la porta di casa e spalancarla?

-         Salve! - esclamò lo sconosciuto – sono andato a comprare il latte.

 

DODICESIMA PUNTATA

 

Lo guardò a bocca spalancata, lo stupore le rendeva gli occhi grandi; in quelli di lui passò un lampo d'interesse, subito nascosto.

-   Ma..ma... sta bene?...il sollievo enorme si trasformò in una rabbia assurda:

-         Lei! Ha messo il naso nel mio frigo! L'ho forse invitata a mangiare da me?

-         Il latte era per lei, ma se non le serve ne bevo volentieri una tazza.

La guardò, in un modo strano: sembrava che sapesse - ma sapesse cosa? - e fosse indeciso  se parlare o tacere.

-         Non le ho detto che naturalmente, quando avrò recuperato quello che mi spetta, e che è mio,  pagherò per il disturbo che le ho dato.

Pensò un attimo, poi bruscamente le tese la mano

-         Mi chiami Leo, se vuole.

Alice strinse la mano con cautela: era la mano di un morto, di un fantasma, di un illusionista, di un imbroglione...?

Aprì la bocca per parlare, poi la richiuse.

Che cosa dirgli? Che lo aveva infilzato con un coltello da cucina e ora era lì vivo e vegeto e che questo la riempiva di una gioia smisurata, la rendeva euforica in modo tale che, se avesse aperto bocca, si sarebbe messa a cantare? Tacque. Lui riprese, per nulla preoccupato:

-         Ha fame? Se vuole cucino io qualcosa.

Con naturalezza si infilò nel corridoio, diretto verso la cucina. Era chiaro che conosceva quella casa.

-         Se vuole, poi le racconto perchè mi sono rifugiato a casa sua...Glielo devo..

-          Davvero? Mi pareva che me lo avesse già raccontato ieri..

-         Vide lo sconcerto nel suo sguardo

-         Non ricordo di avergliene parlato...

 

TREDICESIMA PUNTATA

 

La cena era buona, si stupì Alice, e mangiò con gusto, nonostante l'ansia   che     a momenti si insinuava in lei, e le faceva guardare di sottecchi l'uomo...

Poi passarono in salotto, davanti al computer.

Lui dimostrava una grande abilità nel navigare tra i siti e le informazioni

finanziarie.

Seduta al suo fianco, Alice lasciava vagare la mente, senza prestare se non una superficiale attenzione alle cifre e alle tabelle che scorrevano veloci sul monitor. Doveva trattenere la voglia di toccarlo, o anche solo di sfiorarlo, per essere sicura una volta di più che non sognava.

Ad un certo punto, lui fece un'esclamazione strozzata.

“Qui! Guarda! Com'è possibile!”

“Che cosa dovrei vedere?”

“Guarda anche tu!...La mia situazione finanziaria! E' intatta! Non c'è traccia di quella creata dalla mia ragazza...ex -  aggiunse dopo un istante -  come è potuto succedere?”

“Ma...sei sicuro? Controlla meglio! Forse ti eri sbagliato prima?”

“Vuoi scherzare? In ufficio ho dovuto riconsegnare le chiavi, ho le carte di credito bloccate, la casa è già venduta, e ho ricevuto decine di lettere dagli avvocati dei miei clienti...credi che uno possa inventarsi cose del genere?”

Continuando a guardare le schermate che passavano velocemente, riprese a parlare, intercalando esclamazioni di sorpresa a qualche parolaccia strozzata.

Non capisco, non capisco! Se è vero, però, questa volta devo essere meno stupido, questa volta non mi faccio prendere in giro da...

Adesso sistemo le cose, voglio vedere se...

Di sicuro non sapeva neppure dove si trovava, era talmente assorbito da quello che stava facendo che non si rendeva conto di parlare da solo, di battere con forza sulla tastiera di un computer che non era  suo, in casa di un'estranea.

“ Ok! - esclamò dopo un po' - fatto! Non è ancora perfetto, ma già da adesso  non potrà più fare nessun giochetto”.

 Si appoggiò alla sedia, dondolandosi. Sembrava soddisfatto.

 

QUATTORDICESIMA PUNTATA

 

In lei, invece, stavano risalendo un insieme di sensazioni, bolle di ansia e di paura che aveva trattenuto fino a quel momento.

Si sentiva sul bordo di una scogliera. La testa le girava...in  basso c'era la vita normale, la sicurezza, ma lei era in alto, in bilico su uno strapiombo d'incertezza.

“Adesso basta! Adesso lei esce di qui, va dove vuole, a me non interessa se non ha uno straccio d'amico a cui chiedere ospitalità, se va a dormire sotto un ponte...Basta che sparisca! Non voglio più vederla! Ha capito?”

La guardò, non sembrava colpito, solo sconcertato.

“Ho colto l'idea, vagamente. Me ne vado, non si preoccupi.”

Si girò verso lo schermo, per controllare di aver salvato tutto.

Prima che lei lo potesse fermare spense il computer.

“Comunque, prima mi dava del tu - ebbe un sorriso a fior di labbra.

“Se è per questo” pensò lei con una fitta di apprensione  “prima ti ho  anche pugnalato nel corridoio...”

“E guardi di lasciare tutte le mie chiavi!!!”

“Ho molte mancanze, lo ammetto, ma non dico bugie...le chiavi te le ho date  e non ne ho altre”.

“E allora come ha fatto ad entrare in casa l'altra sera?”

“Non sono entrato in casa, l'altra sera!”

“Fuori!!!”

“Senti, prendi almeno questo, per tenerci in contatto – le porse un biglietto da visita – il mio cellulare funziona ancora...”

Lei lo lasciò cadere per terra, e non lo raccolse.

Sentì la porta d'entrata sbattere, ma non provò sollievo. Ormai la sua casa vuota non le dava la sicurezza di un tempo.

Uno strano pensiero l'attraversò. La sicurezza di un tempo aveva un altro nome: noia, grigiore...

La sua vita negli ultimi giorni aveva corso sulle montagne russe: si era sentita come leggermente brilla, quasi euforica.

La paura può sembrare euforia, a volte?

 

QUINDICESIMA PUNTATA

 

La notte passò, in qualche modo. Agitata, fece cadere due volte il gatto dal letto. Al mattino, la casa era la stessa, silenziosa e ordinata, ma le dava ormai un senso di estranietà.

Riprese la sua solita vita, gli stessi orari, le stesse abitudini. Un balletto conosciuto fino alla nausea, che non la rassicurava più.

Sul treno, però, cominciò a fare attenzione alle persone; continuava a guardarsi attorno per cercare quel viso.

La sera la portò, nell'azzurro cupo del crepuscolo, ad infilare la chiave di casa nella serratura, con un misto di apprensione e di attesa.

La casa era silenziosa, sembrava respirare piano.

Sul tappeto, davanti alla porta d'entrata, Zeb, il sultano, le diede un'occhiata imperscrutabile.

Bene, si disse quasi con rabbia, almeno il gatto mi aspetta ancora...

Lanciò le scarpe attraverso la stanza, mai avrebbe fatto una cosa del genere prima, e si buttò sul divano. Era stanca e avvilita. Forse si addormentò, perchè quando aprì gli occhi il buio fuori era più fitto.

Uno scampanellìo nervoso alla porta la svegliò completamente.

Cercò le scarpe, spostò il gatto che si era sdraiato sopra, le infilò e andò un po' barcollando verso la porta. Qualcuno batteva con forza sul vetro.

Quando aprì, una giovane donna corrucciata la guardava .

Non la riconobbe subito.

-         Dov'è? - esclamò

-         Scusi?

-         Dov'è lui?

-         Lui chi?- veramente, oltre a essere ancora insonnolita, non riusciva a capire proprio...chi cercava quella donna?

-         Leo!

-         Guardi, qui non c'è nessun Leo, questa è casa mia – mentre parlava, cercava di pensare velocemente: come aveva fatto a scoprire che il suo ex era stato lì? Perchè lo cercava? In che modo quella storia la poteva coinvolgere?

 

SEDICESIMA PUNTATA

 

La donna cominciò ad alzare la voce.

“Guardi che lo so che è qui, o è stato qui! E ha usato il suo telefono!”

Ahh, ecco! Leo non era stato molto prudente...ma aveva addirittura commesso l’ingenuità di chiamare la sua ex al telefono?

Cercò di pensare in fretta...stava per aprire bocca, quando dalla strada arrivò l’acuto suono di un clacson, tre colpi, ripetuti tre volte. La ragazza si irrigidì: sembrava interdetta...Poi sembrò prendere velocemente una decisione, si girò e scappò di corsa.

Alice chiuse con lentezza la porta; le mani le tremavano leggermente.

Si sentiva scossa, esausta.

In che guaio si era cacciata...Che cosa aveva fatto, lei?

Nulla!...Eppure ora si trovava in quel pasticcio incomprensibile e pericoloso...

Qualcosa le sfiorò la gamba destra. Fece un salto, gridando.

Il gatto guardò verso di lei, interdetto. Non ti posso più accarezzare le gambe? sembrava dire in un muto rimprovero...

Gli fece una carezza, distratta. Mentre percorreva il corridoio, passò davanti allo specchio. Non riconobbe la ragazza stralunata che la guardava. I suoi lucidi capelli biondi le ricadevano intorno al viso spenti, arruffati; profonde occhiaie le segnavano gli occhi. Più che magra, sembrava scheletrica. 

Rientrò in salotto, il suo sguardo andò al computer, nell'angolo.

Le venne un'idea. Voleva controllare se la situazione era come aveva detto quell'uomo.

In quel momento qualcuno bussò alla porta.

Sembravano colpi ritmici.

Si irrigidì. Era di nuovo quella ragazza? Nessuno di solito la cercava a casa a quell'ora della sera.

Poi, nel silenzio, un voce attutita risuonò dietro la porta:

“Alice, ho dimenticato le chiavi! Apri, per piacere!”

 

DICIASSETTESIMA PUNTATA

 

Trattenne il fiato, il corpo rigido di paura. La voce era di Leo.

Era uno scherzo? Che cosa voleva da lei? Voleva spaventarla?

Cercò di pensare in fretta. Niente. Non le veniva in mente niente. Era troppo disorientata. Aspettò, immobile, nel buio.

Alla fine sentì i suoi passi che si allontanavano e – strano - il rumore di una portiera che sbatteva e una macchina che partiva.

Corse alla finestra, vide l'auto girare all'angolo della strada e scomparire in fretta.

Allora aveva una macchina!

Le aveva mentito! Ma perché?

Si sentiva sempre più confusa. Zeb cominciò a grattare la porta d’entrata.

Da qualche parte della mente riemerse il desiderio di fumare. Corse a prendere le sigarette che aveva lasciato in un cassetto della cucina, infilò il cappotto e aprì la porta; il gatto le passò tra le gambe.

Era così stanca...Si sedette sugli scalini del portico.

La casa di fronte, oltre il giardino, era buia. Strano, di solito c'era una donna bionda affacciata alla finestra...si ricordò che quello era il giorno in cui  aveva le prove del coro.

Si sentì ancora più sola. Che cosa le stava accadendo? Stava diventando  pazza?

La strada era deserta. Abitava in una zona residenziale, dove d'inverno la gente, tornata dal lavoro, si chiudeva in casa.

Poi sentì qualcuno fischiettare.

L'uomo che avanzava lungo il marciapiede portava al guinzaglio un piccolo cane, una salsiccia scodinzolante.

Si fermò a guardarla, o forse guardava la casa.

-Interessante...

-Scusi?

-La sua porta

-...

-Se la volesse vendere, farebbe un sacco di soldi...

-Che cosa sta dicendo? Scusi, non capisco..

-Non vede? La sua porta! E’ molto particolare! Credo che possa avere un valore notevole. Guardi che me ne intendo di queste cose... Se vuole, la posso mettere in contatto con qualche antiquario – cercò in una tasca, estrasse un biglietto da visita e glielo porse - oggi è festa, sarò via. Di solito mi trova a casa alla sera. Ci pensi...

 

DICIOTTESIMA PUNTATA

 

Entrò in casa piuttosto scombussolata.

Cos’era quella storia della porta, adesso? L’aveva messa da poco, quella vecchia era ancora in garage...L’aveva fatta cambiare in ricordo di suo padre. Quella porta lui  l’aveva comprata poco prima di morire, e gli piaceva molto, ma non aveva fatto in tempo a vederla montata, così l’aveva fatto fare lei.

La osservò con più attenzione.

Strano, prima non aveva notato quella crepa sottile che correva tutt’attorno allo stipite. Di sicuro l’ultima scossa della settimana scorsa...ormai non le contava più: quando passava nel corridoio raddrizzava lo specchio e i quadri in modo automatico.

Mentre entrava in casa, un pensiero la fece fermare sulla soglia: che cosa aveva detto di strano quell’uomo?...oggi è festa...ecco che cosa le suonava strano! Ma non era festa! Lei era andata al lavoro quella mattina e il treno era pieno di pendolari!

Rimuginando quel pensiero passò in cucina; un particolare attirò la sua attenzione: il calendario: sul foglietto la data era sbagliata! Segnava due giorni avanti...com’era possibile?

Si sedette pesantemente su una sedia. Non capiva, non riusciva a capire più nulla...lo sguardo le cadde sul tavolo davanti a lei: il boccettino delle sue pillole per dormire sembrava ...era quasi vuoto. Forse si era sbagliata, ne aveva prese troppe ed ora si trovava in uno stato confusionale..

Basta! Era troppo per quella giornata.

Doveva provare a riposare, il giorno dopo avrebbe deciso cosa fare...anzi, lo sapeva già.

Di colpo le idee le sembravano salire alla mente più limpide, consequenziali, dirette.

Non sarebbe andata al lavoro. Doveva ritrovare quell’uomo, che sembrava sapere qualcosa sulla sua porta. Lei nella sua vita non aveva mai accettato  ipotesi strane, non credeva neppure nell’oroscopo... ma quella situazione le sembrava ormai così assurda e incomprensibile...

Il mistero era intorno a lei, non poteva più ignorarlo.

 

DICIANNOVESIMA PUNTATA

 

Il mattino arrivò presto,

Alice prese il biglietto da visita e scoprì che la casa di quell’uomo era poco distante. Strano, lei non l’aveva mai visto prima.

Telefonò in ufficio. La prima telefonata fu per spiegare perchè non fosse più andata a dormire nell’appartamento della Ditta. Poi lasciò un messaggio nella segreteria del suo ufficio, un’indisposizione improvvisa, una scusa abbastanza plausibile, se non fosse stata lei. Mise fuori casa un gatto recalcitrante e uscì.

Dopo due isolati arrivò  davanti a una casa rossa, a due piani. Suonò. Nessuno rispose. Riprovò. Il trillo del campanello risuonò nel silenzio.

Si accorse che il cancello del giardino era aperto. Fece il giro intorno alla casa e si trovò in un cortiletto. In un angolo, sulla brandina, vide il cane-salsiccia: di fronte, dietro a un tavolo di legno massiccio c’era l’uomo della sera prima.

Il tavolo era ingombro di pezzi di un computer smontato, intorno a cui stava lavorando.

“Il cane morde?”chiese Alice, titubante.

“ E’ più facile che lei morda il cane, che il contrario” rispose il tipo, con un mezzo sorriso.” Vedo che si è decisa. Ha fatto bene. Quella porta deve avere più di cinquecento anni, lo sa?”

Lei lo guardava .

“ Venga, le offro qualcosa da bere!”

L’accompagnò all’interno della casa, attraverso una porta a vetri, si ritrovarono in un soggiorno, non molto ampio. C’era un rumore ritmico di sottofondo, costante..

Si guardò attorno: alle pareti decine di orologi, pendole, sveglie, di forme e grandezze.

Entrò in casa.

Aveva superato la soglia. Non aveva sentito nulla di particolare, pensò.

L'apprensione la rendeva tesa, attenta.

Proprio allora, con la coda dell'occhio, Alice vide una cosa che la terrorizzò.

Per terra, in un angolo, vicino alla porta della cucina, c'era un lungo coltello.

Il cuore prese a battere velocemente, mentre si precipitava a raccoglierlo: le sembrò che il tempo si allungasse, come materia morbida, la distanza aumentava, sempre più, il coltello si allontanava, lo stipite della porta diventava una linea lontana...

In quel momento, alla sua destra, comparve quella donna e, ai suoi piedi,

il gatto: lento e sinuoso, prese la rincorsa verso di lei. La ragazza si buttò verso il coltello – voleva proteggere lei, il gatto, voleva impadronirsi del coltello?- lo aveva ormai in mano. Lei si girò verso il felino, come in un acquario, i suoi movimenti erano molli e fluidi.

La stava guardando, il coltello in mano, sembrava a una distanza e in un tempo dilatati, lontani,  mentre il gatto, preso uno slancio troppo corto, finiva tra le sue gambe e la faceva cadere.

Sentì un grido...o il grido scoppiò nella sua mente?

In quel lungo momento, che avrebbe potuto durare per sempre, si vide cadere verso di lei, riconobbe la lama, il suo coltello, e un pensiero, veloce come un lampo, le attraversò la  mente: “ Meglio così, meglio io...”

“Che strano pensiero!” fu il suo ultimo stupore, prima di essere circondata da un caldo velluto nero che la  risucchiò.

 

 

 

 

Indice puntate